© Raffaello Lucci  lettere al blu  2022

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Barene

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 un mattino ti svegli quando è già verso sera 

e lei, ancora più bella, non è più nostalgia

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"ritrovavo, in un ricordo involontario e completo, la viva realtà. Una realtà che non esiste per noi finché non è stata ricreata dal nostro pensiero"  Marcel Proust

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il presente è non riuscire mai a mettere a fuoco l'accadere; il disegno a volte arriva a toccarlo

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l'Arte, l'inspiegabile espresso

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belle da assorbire il respiro ho visto immagini e pietre, linee disegnare la luce

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"amo l'emozione che mette in crisi la regola"  George Braque

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ogni volta che un dipinto stava per diventare abito della domenica
o il disegno una 
camicia pulita sulla pelle,
tornava l'acquaforte, rigata sul viso dall'inconscio,

a ricordar loro la nudità dell'anima 

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a Marcel Chirnoaga

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"un gesto come questo si prepara nel silenzio del cuore, allo stesso modo che una grande opera. L'uomo stesso lo ignora; ma una sera..." Albert Camus

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"Farsa del fato

 dentro l'elmo 
   canta il grillo"  
                       

Matsuo Bashō


 

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quando ero bambino e arrivavano i nostri,

gli applausi gridavano più della tromba contro gli indiani.

Uscivamo dal cinema, accanto alla chiesa, con il cuore più forte

contro il nemico e il nemico era il male.

E le navi? Le portaerei, i caccia? Bellissimi, vincenti nel sole…

Volevo fare il pilota, da grande.

Avrei rullato sulla mia sicurezza, avrei visto le cose dall’alto,

avrei difeso la giustizia dei forti dove occorreva.

Ma ho perso il nemico: l’ho confuso negli alberi da disegnare

e la terra diventava di tutti.

 

Cercando nei volti, ho trovato colori che non conoscevo,

quelli del dubbio su tante risposte, e sofferenze medesime su genti diverse.

L’uomo è distratto o appuntito sui suoi propositi;

l’ho dipinto così, e fragile, per questo realizza tribù.

Costruisce teoremi per avere meno paura,

erige difese per non arrivare a sé stesso,

accorgendosi inutile e preoccupato al volante,

ai semafori della sua urbanità.

C’è la miseria che chiede:

occorrono leggi severe per non vederla.

È tempo di abissi di solitudine salendo i cristalli del possedere,

di là si erigono scoperte a sostanza del proprio interesse

ed i caccia furenti per distribuire la pace…

 

Non sono pilota e le cose le vedo da terra, non ho più certezze,

solo spazi che leggo sulle mie tele;

vorrei armonia tra l’uomo che vedo e disegno e giustizia,

dignità, valore di ognuno come voci in un quadro grandioso.

 Forse, occorre partire dalle proprie morali

e sentirsi di una sola tribù, in un mistero di stelle

 

 

                        Per la Carta della Pace di Camaldoli

                                  Camaldoli - 13 ottobre 1995                                 Strasburgo, Parlamento Europeo - 6 febbraio 1996 

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   Caro Visitatore,

   se sei giunto fin qui, dopo aver attraversato la sezione “lettere al blu”, avrai notato che la stessa è stata costruita e ordinata immaginando di percorrerne l'itinerario in treno. Come nella realtà, scorrono riflessioni tra una stazione e l’altra, vere e proprie tappe, indicate da cartelli recanti la nominazione dei singoli luoghi; i cartelli stessi sono opere che compongono, come Capitoli, un libro reale.
Nel caso si voglia scendere e visitare tali luoghi per vederne le caratteristiche, le peculiarità, come avrai visto, basta agire (cliccare) sui relativi pulsanti 
rossi.

   In questa sezione che ho denominato "Barene”, la visione rimanda ad isole in una laguna, nella quale emergono momenti e riferimenti fondativi che la memoria mi restituisce in racconto, così come - mi piace immaginare - faccia il fiume parlando dei suoi monti, degli anfratti scoscesi, delle valli, delle anse anche in pianura quando si confida col mare. E come per lui, come per le cellule a poco a poco, il cammino è sentire che quanto è stato di aiuto, di bene, di bello è da restituire. Ma al di là delle istruzioni d’uso, voglio raccontarti e raccontarmi come sono andate le cose, per quanto possa io aver capito.

   Vedi, un caro collezionista di opere d’arte mi disse un giorno – perché teneva molto e con affetto al fatto che dovessi diventare famoso come gli autori dei suoi quadri – che non vedeva nelle mie opere, così diverse l’una dall’altra, uno stile, una caratteristica, un marchio che mi facesse riconoscere all’istante nel “mercato”.
Gli risposi che “anche Picasso…” ”ma lui 
è Picasso” – ribatté. “Appunto!” -  aggiunsi io; finì lì, mentre mi accorgevo che la mia risposta poteva risultargli impertinente, dettata da chissà quali alte aspettative, ma vidi che lui se ne stava sorridendo in silenzio.

   Non potevo dirgli, allora, che ciò che mi spingeva a fare quanto sentivo di dover fare non era un traguardo da superare, tantomeno una notorietà da costruire; non potevo dirgli, allora, che tutto questo fare non è stato altro che cercare di rispondere alle motivazioni della mia inquietudine, di ciò che era un'animalgia insonne.
Dipingere è stata la mia terapia, il mio conforto 
esistenziale, l’apertura a quello che ritengo il possibile bene. Tutto questo, col tempo, mi ha fatto capire che nel fare arte, camminandone la direzione ed ascoltandone il senso, trovare il cliché, "trovare la strada" è non trovarla: ed è questo che ancora mi rende vivo e non annoiato manierista di me stesso.

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"Vi è più di una saggezza, e sono tutte necessarie al mondo: non è male che esse si alternino"  Marguerite Yourcenar

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a Jacob van Ruisdael, 1976    

(Le Buisson, 1649/1650 - Musée du Louvre)

col tuo pennello mi hai condotto lungo i rami degli alberi, nella calligrafia delle foglie, 

tra le ombre dei boschi e le acque ai passaggi dei cieli. 

Mi hai insegnato il rispetto per un greto d'erbe e d'arbusti, 

che consegue allo stupore, alla commozione di sentirne la bellezza e la presenza del sacro.

Per te ho cominciato a dipingere

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a  Jacob van Ruisdael, 2010

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"Vivere è come essere ammalati a lungo"  Socrate

 

   " perdere le bende dell’incoscienza e nello stesso tempo varcare i recinti dischiusi della coscienza è trovarsi, senza convincimenti, senza supponenze addossate alla mente, anonimo nell’esistente.

 

Le parole non significano più, le cose, gli oggetti non hanno soprannomi e il pensiero, perduti i riferimenti attribuiti o presunti, si pone svestito dinanzi al mistero della vita, del cosmo.

 

In questa dimensione, arroganze e paure si sgretolano, si sciolgono al fluire che arriva, che perviene da tutto, ed il tempo, lo vedi, non è più reminiscenza né prospettiva, non progetto d’intenti: è orizzonte che si allinea al presente, modulando passi lenti e arretramenti pacificati con le propensioni, le declinazioni dell’anima.

 

Ed è possibile così che il pensiero si trovi a vedersi, come da fuori, a pensarsi attimo del tutto, un attimo partecipe del tutto ma, proprio perché minuscola particella sua componente, comprende che non può delinearlo dal dentro, non può – per così dire – tracciarne la forma, il disegno. Avvertendone il respiro, intuisce che ciò che è può mostrare il suo consistere oltre i piani del razionale, ed è da là che rimanda, disvela in filigrana tessiture di rapporti armonici, assonanze silenziose, partiture che riformulano in divenire relazioni conseguenti - come ogni presente - a tutto l’accaduto e all’accadere nell’universo”

 

    È così che ho provato a descrivere il guado tra la figurazione e la riva dell’astratto vissuto in un giorno improvviso - la possibilità poi di trovarmi a camminare sui suoi territori - ; è così che sono arrivato ad utilizzare forme essenziali sulle sue campiture, in rapporto, in riferimento a quell’attimo nell’incedere del sole. Adesso che disegnare mi dispone a quel distacco, adesso che le linee di un sasso mi sussurrano dell’immenso, stupendo per me è vedere il disegno direttore d’orchestra che lascia libera la sua musica di musicare sé stessa, mentre siede con me ad ascoltarne i passaggi al di là del confine delle parole

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campi di terra e pianure d'erbe,
pagine ai diari del cielo

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  nel blu notte con dentro il nero e il rosso magenta, la luna del pittore è la luce del saluto di suor Lucia, lì, sulla porta, è la poesia sulla siepe di Leopardi, è il volo di Dedalo.
Ogni dipinto, adesso, non è più univoco perché, nel corso della sua realizzazione, perde il presupposto e più non lo insegue; si libera frangendo schemi dentro me ed è risultante, esito di un presente modificato dal suo stesso accadere.
In questo scambio tra autore e opera, in questa osmosi di ritorno, la percezione si depura, si fa essenza, mentre il pensiero decanta nel colore che asciuga, nelle trasparenze che si accordano, ed è passaggio, metamorfosi, emozione.

Nel cammino di restituzione, di affinazione e di semplificazione che negli ultimi tempi mi raffiguravo - disegnando forme geometriche perdenti mano a mano complessità nell’andare verso il cerchio - c’era un vuoto, uno iato tra il triangolo e il cerchio. Mancava la figura con due lati, il numero due, il tramite tra l’immanenza e l’assoluto.
Tale mediazione poteva raffigurarsi solo con il loro connubio, nel congiungersi cioè di un segmento con la linea curva. Questa forma ibrida, né cerchio né poligono, che completa il percorso, diviene interprete del guado, del passaggio tra il razionale e l’inconoscibile, dove la ragione apre il recinto che le rimane e l’assoluto la sua perfezione

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 "È la più alta funzione dell'arte quella di insegnarci chi siamo"   John Russell

    “graffi e colori del tempo che vivo”: così pensavo i miei lavori anni fa, nell’operosità del fare su lastre e imprimiture. Non mi soffermavo allora ad ascoltare le spinte, le motivazioni, le istanze emozionali che ne erano la sollecitazione, né riemergeva dal ricordo quel dolore dolce – il medesimo che oggi riavverto al termine di questo racconto virtuale – provato nel dipingere in copia il quadro di Ruisdael o la Chiesina di Poldo, della Fiera Antiquaria.

Per la decantazione di quelle istanze, l’orizzonte si fa sempre più circolare e la sua linea rarefatta sulla pianura. Passato e presente posso meglio vederli e comprendere che quel sentire, al netto delle illusioni e in filigrana al percepito, è la mia quiete possibile, il raggiungimento, la condizione che la bellezza, la poesia hanno potuto e possono darmi.

Andare all’origine di tutto il percorso è trovarvi una sofferenza dell’anima, attraversando la quale, quel fare ne ha espresso i tagli vivi, le cicatrizzazioni, la risalita a conviverne gli esiti. E adesso che quei graffi e quei colori hanno trovato il loro alfabeto congiunto, posso ascoltare tutto il racconto; anche il tempo è d'accordo. 

Lungo il fiume rallenta, mi addita le isole che mi hanno dato riposo dai vortici della corrente; quelle confidenze a colori, barene adesso, prima del mare

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mille fogli di domande, poi infine la risposta: davanti agli occhi la domanda

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© Raffaello Lucci  lettere al blu  2022